Il Mangostano e le sue proprietà

Probabilmente avrai già letto qualcosa ma forse non ti ha ancora convinto o magari hai ottenuto qualche informazione parlando con gli amici o leggendo qualche rivista.
Beh, posso anticiparti che non ho alcuna intenzione di essere ripetitivo.

Non voglio convincerti di nulla, non voglio venderti alcun prodotto affermando che le sue proprietà benefiche e curative siano senza eguali. Il mio compito, come informatore, è solo quello di spiegarti quali sono le proprietà del mangostano.

Il mangostano, anche se probabilmente già lo saprai, è un frutto. Le varie popolazioni lo usavano per qualunque cosa: problemi intestinali, cura di gengiviti, tonico e addirittura tagliato a fette e posto su una parte dolorante (ma non si usava la bistecca?).

Sì, difficile contare gli svariati usi del mangostano da parte delle tribù indigene, ma credo che questo sia di poco rilievo visto che può portarci su un’unica direzione: confonderti le idee!

Il mangostano ha solo la proprietà di combattere lo stress ossidativo e ostacolare i processi infiammatori presenti nel tuo organismo.

Personalmente non sono a conoscenza che possa fare altro.

Il frutto del mangostano può avere favolose proprietà antiossidantiQuindi, se in questo momento non hai alcuna infiammazione in atto e il tuo livello di stress ossidativo è sotto controllo, allora, è inutile che tu continui a leggere. Se vuoi saperne di più, invece, ti consiglio di leggere qualcosa sugli...

ATTENZIONE: Se sai già tutto sul mangostano e vuoi provare i suoi effetti benefici, allora scopri di più sulla purea di mangostano.

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Cibo Kosher

Postato il 20/05/2015

Con il termine Kasherùt o Kosher viene generalmente indicato il cibo che, secondo alcune norme alimentari della religione ebraica, è possibile consumare. Queste regole sono indicate nel testo ebraico della Torah. La parola ebraica Kasherùt  significa conforme alla legge, consentito. Da più di 3000 anni gli ebrei osservanti si alimentano soltanto con cibi realizzati secondo tali norme.

Le regole del cibo Kosher.

Cibo kosherSono molte e molto rigide le regole alimentari che rendono un cibo realmente kosher. Per questa ragione, alcuni ebrei non seguono queste regole consumando anche cibi che consumano tutti, cioè realizzati non seguendo le leggi della Torah. Ma, vediamo insieme quali sono le caratteristiche che un alimento deve avere per potersi considerare “consentito” dagli ebrei osservanti.

Non mescolare carne e latticini: un passo della Torah dice di non cuocere “il capretto nel latte di sua madre”. Da qui la norma che, secondo la tradizione rabbinica, carne e latticini non vadano utilizzati nello stesso pasto o che carne di qualunque animale, dal manzo al pollo, non vada cucinata utilizzando latte o i suoi derivati. Gli ebrei che seguono più rigidamente queste regole evitano anche di utilizzare le stesse stoviglie per alimenti, quali carne e latticini, che sono considerati incompatibili.

Carni consentite: non tutti i tipi di carne possono essere mangiati da chi segue la ferree regole rabbiniche. Gli animali concessi sono i ruminanti con zoccolo fesso, cioè diviso in due, come la mucca, il vitello, la pecora, la capra ecc. Sono assolutamente banditi, invece, il coniglio,il maiale, il cavallo etc. Non solo, vengono considerati impuri anche animali marini senza squame e senza pinne, quindi crostacei e molluschi ed uccelli rapaci e rettili. Tra i pesci commestibili per gli ebrei vi sono: trota, nasello, merluzzo, sogliola, branzino, orata, sarda, sardina, sardella, sardone, acciuga, tonno, sgombro, cefalo, triglia, dentice, cernia, carpa, aringa, luccio, pesce persico, marmora, muggine, passera, san Pietro, salmone, spigola

Norme di macellazione: questa operazione è detta shechita e deve essere effettuata da un Rabbino chiamato appunto Shochet che deve lavorare la carne secondo determinate regole e, soprattutto, deve essere dotato della licenza fornita dalla Comunità Ebraica. La macellazione deve avvenire con un unico taglio alla gola eseguito con un coltello affilatissimo perché la morte dell’animale deve essere immediata ed il dissanguamento completo. Dopo l’uccisione, il Rabbino provvederà a controllare che gli organi interni dell’animale non presentino alcun tipo di malattia. Questa operazione di controllo viene chiamata bediqat. Solo gli animali macellati secondo queste norme possono essere consumati dagli ebrei osservanti.

Cibo kosherNon si può consumare sangue: nutrirsi di questo alimento è assolutamente vietato. È importante che dopo la macellazione tutto il sangue venga lavato via con acqua e sale per almeno 20 minuti e per non più di un’ora. Non serve farlo con il pesce poiché il loro sangue non è considerato impuro. Le interiora come fegato o polmoni devono essere cotti direttamente sulla fiamma. Inutile dire che la carne dovrà essere ben cotta.

Niente grasso: alcune parti di grasso dell’animale erano, in passato, utilizzate nei sacrifici per questo oggi non possono essere consumate dagli ebrei che rispettano le regole della Torah. Stessa cosa vale per il nervo sciatico.

Prodotti confezionati kosher: non sempre è possibile seguire le procedure di preparazione di cibi kosher. Ecco perchè esistono alcuni alimenti prodotti industrialmente che rispettano le norme rabbiniche. Questi alimenti devo avere una certificazione che viene rilasciata da apposite associazioni Rabbiniche che appongono un apposito simbolo o dicitura che identifica il Rabbino che ha effettuato la certificazione. Il rispetto di queste severe regole viene verificato periodicamente, da esperti. La rigidità delle norme ha reso il cibo kosher tra i migliori al mondo, consumabile non solo dagli ebrei.

Arto di un animale vivente: secondo la Genesi Dio vieta a Noè di consumare parti di una animale strappate via quando ancora era in vita. Ecco quindi che non è possibile consumare carne di questo tipo e, oltretutto, un ebreo non può vendere carne macellata in questo modo nemmeno a chi non è ebreo.

Frutta durante i primi tre anni: nella Torah è esplicitamente detto che la frutta di un albero nei suoi primi tre anni di vita non può essere consumata. Questo vale anche per l’uva con la quale viene prodotto il vino.

Solo vino kosher: anche la produzione di vino deve sottostare alla rigorose norme rabbiniche. Tutti gli impianti in metallo o vetroresina devono essere precedentemente lavati con acqua, soda e di nuovo acqua. Ogni passo della produzione deve essere supervisionato da un’autorità Rabbinica. Nella fase di imbottigliamento, le norme ebraiche prevedono che vi siano tre segni di riconoscimento della specificità del prodotto: l’etichetta, l’eventuale retro etichetta o in alternativa capsula termica ed il tappo con segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato. Sull’etichetta dovrà inoltre essere inserito il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo.

Queste regole posso sembrare particolarmente rigide ma, per chi è un ebreo osservante sono imprescindibili.

Le bugie sul cibo più clamorose

Postato il 19/05/2015

Spesso capita di modificare la nostra alimentazione basandoci sul sentito dire. “ho sentito che il tal frutto fa cadere i capelli” e smettiamo di mangiarlo. Queste leggende metropolitane posso causare l’abbandono di prodotti che, in realtà, fanno bene e che non sono affatto dannosi per la nostra salute. Questo non vuol dire che tutto quello che si consiglia di bandire dalla nostra tavola sia una bugia. Esistono davvero degli alimenti dannosi ma, prima di tacciarli come tali è bene valutare con cura le fonti.

Sfatiamo le bugie sul cibo più diffuse.

Bugie sul ciboMedici e scienziati eseguono studi specifici sugli alimenti al fine di assicurare una corretta e sana alimentazione. Spesso, però, le loro analisi sono ancora in fase di elaborazione quando appaiono sul web notizie su quanto sia poco salutare un certo cibo, notizia spesso prontamente smentita da un esame più approfondito. Ecco perché è bene, sì, fare attenzione a ciò che si mangia ma è altrettanto importante non lasciarsi influenzare da quelle che spesso sono solo delle bufale. Ecco, quindi, alcune delle bugie sul cibo più gettonate:

  • Gli OGM fanno male: forse questo potrebbe far torcere il naso a molti ma, non esistono prove scientifiche che gli OGM, ossia gli organismi geneticamente modificati, siano dannosi per la salute. Gli Ogm sono organismi viventi dal patrimonio genetico modificato mediante speciali tecniche applicate dall’ingegneria genetica al fine di eliminare determinati fattori o modificarli. Secondo alcuni studiosi, gli organismi geneticamente modificati non fanno male, anzi. Della stessa idea sono l’Unione Europea e l’American Medical Association. Ciò che segrega tra gli alimenti banditi gli OGM è la scarsa conoscenza che ne abbiamo. Basterebbe pensare che il mais, ad esempio, che oggi mangiamo è geneticamente modificato nel senso che è frutto di una selezione fatta dall’uomo con lo scopo di produrre un alimento migliore. Il fatto che tale selezione sia fatta in laboratorio, non dovrebbe spaventare ma dovrebbe conferire maggiore sicurezza a tali alimenti.
  • L’aspartame è cancerogeno : questa affermazione che molti hanno preso sul serio non è scientificamente provata. Inoltre, alcuni scienziati hanno paventato l’ipotesi che possa essere vero il contrario. Nemmeno questo è certo ma, ciò non deve portare all’esclusione totale dell’aspartame, un edulcorante, dolcificante ed esaltatore di sapidità artificiale composto da due amminoacidi: l’acido aspartico e la fenilalanina. Essendo comunque un dolcificante è bene non esagerare con le dosi.
  • Mangiamo troppo salato: ce lo sentiamo ripetere dalla notte dei tempi tanto che molti hanno deciso di eliminare completamente il sale dalla propria alimentazione. Ridurre il sale è importantissimo per chi soffre di pressione alta ma, per chi invece non ne soffre la questione è dibattuta. Non è bene chiaro, infatti, cosa significhi “troppo salato”, quale sarebbe la quantità di sale che non è consigliabile superare. Secondo uno studio scientifico apparso di recente sul Washington Post l’ammontare di sale consumabile giornalmente da una persona in salute sarebbe di 6mila milligrammi. Immaginate che in una normale dieta, il medico consiglia di non superare i 2.300, 2.500 milligrammi di sale al giorno. Secondo questo studio, invece, pare che un pizzico di sale in più nelle pietanze oltre a migliorarne il sapore non faccia affatto male alla salute.

Bugie sul cibo

  • Il colesterolo fa male: altra idea sostenuta da molti che ha inserito un alimento specifico nella lista nera: le uova. Le uova secondo notizie antiche di 40 anni, contengono elevatissime quantità di colesterolo nel tuorlo, la parte rossa. Per questo da anni ormai vengono utilizzate con parsimonia, soprattutto da chi crede a questa teoria, limitandosi al consumo di non più di 2-3 a settimana. In realtà l’idea che le uova facciano male è superata. Mangiarle non è pericoloso per la salute ed è un apporto proteico importantissimo per la nostra salute.
  • Il glutammato monosodico è pericoloso: niente di più falso considerando che, addirittura, alcuni hanno pensato bene di definirlo “killer”, un’esagerazione bella e buona. Questa leggenda metropolitana messa in giro è stata smentita da chi fa del controllo alimentare il suo mestiere e stiamo parlando dell’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti, le Nazioni Unite, i governi di Australia, Gran Bretagna e Giappone, per citarne alcuni. Secondo queste fonti autorevoli che da tempo analizzano questa sostanza, il glutammato monosodico, non è nocivo per gli esseri umani. Certo, a qualcuno può far male ma nella misura in cui si è intolleranti o allergici a tali alimenti, proprio come accadrebbe ad un soggetto affetto da celiachia se mangiasse del pane fatto con farina di grano. Per questo non bisogna condannare a priori certe sostanza ma, studiarne gli effetti e valutare la reale tossicità sul nostro organismo.
  • Rinunciare al glutine: in molti hanno deciso di abbandonare il glutine pur non essendo affetti da patologie che lo richiedano, come ad esempio la celiachia. Non è ben chiaro se lo si faccia per moda o tendenza o perché si ritiene che davvero il glutine contenuto in certi alimenti faccia male. Questo non è stato scientificamente provato se non nei casi di allergie o intolleranze. Per tutti coloro che non soffro di queste patologie il consumo di pasta o pane di grano non sono banditi, anzi, possono essere consumati in totale tranquillità.

Quello che vogliamo sottolineare con queste parole è che sappiamo bene che esistono alimenti di cui è stata scientificamente provata la pericolosità ma, ne esistono di altrettanti la cui nocività non è stata dimostrata. Questo non vuol dire che tutto ciò che si dice faccia bene è sano davvero così come non è vero che tutto ciò che è pericoloso faccia male sul serio. Bisogna imparare ad avere un po’ di spirito critico e di valutare con attenzione tutto quello che mangiamo pur non facendoci intimorire da leggende sul cibo. Mangiare con attenzione, senza esagerare, scegliendo magari frutta e verdura non trattata, carni di sicura provenienza, può assicurarci una buona salute senza dover ricorrere a limitazioni alimentari che, spesso, si dimostrano totalmente inefficaci. La qualità e la quantità del cibo che mangiamo è quello che rende davvero sicura e sana un’alimentazione.

Peperoncino: le sue proprietà

Postato il 14/05/2015

Non tutti lo amano ma da secoli viene utilizzato per arricchire pietanze e renderle più gustose, è il peperoncino, le spezia di cui parleremo. Il Campsicum L., nome scientifico del peperoncino, appartiene alla famiglia delle Solanaceae, di cui fa parte anche il classico peperone. L’origine del suo nome è fatta risalire alla parola latina capsa, che significa scatola, dovuto la conformazione dei frutti della pianta del peperoncino che, proprio come una scatola, contengono i semi.

Il peperoncino, pianta dalle numerose proprietà.

PeperoncinoLe sue origini risalgono al lontano 5500 a.C. quando rappresentava per i popoli di Messico e Perù, l’unica spezia utilizzata in cucina. Con la scoperta di Cristoforo Colombo, questa pianta è giunta fino a noi prendendo piede grazie al clima favorevole di alcune zone dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa. Il peperoncino è un arbusto perenne dalla forma di cespuglio che può raggiungere l’altezza di 80 cm circa. Esistono, però, alcune specie di peperoncino, come la C. chinense , che arriva anche ai 2 metri se coltivata in terreni dal clima favorevole. Le sue foglie hanno un colore verde chiaro ed i fiori un colore bianco molto delicato. Il Capsicum pubescens, invece, ha fiori viola e semi neri, il Capsicum baccatum presenta delle piccole macchioline sulla corolla e il Capsicum chinense ha i fiori bianchi o verdognoli e stami viola.

Questa pianta produce frutti di colore verde ricchi di semi. Durante la maturazione, però, i frutti arrivano ad avere un colore giallo, poi arancione ed infine un intenso color rosso acceso. Il suo colore è dovuto alla presenza di un’importante sostanza chiamata capsaicina. Esistono 5 specie domesticate di peperoncino e sono:

  • Capsicum annuum: è senza dubbio la specie maggiormente coltivata di peperoncino. Rientrano sotto questo nome diverse varietà, dai peperoni dolci al peperoncino di Cayenna, quello più diffuso in Italia, al messicano jalapeño.
  • Capsicum baccatum: questa specie comprende il cosiddetto cappello del vescovo e gli ají.
  • Capsicum chinense: nonostante il suo nome faccia pensare a paesi orientali, anche questa specie, come molte altre, ha origini sudamericane. Include l’habanero, ritenuto fino a qualche anno fa il peperoncino più piccante del mondo, il Dorset Naga ibrido, attualmente il più piccante.
  • Capsicum frutescens, che include tra gli altri il famosissimo tabasco.
  • Capsicum pubescens, di cui fa parte il sudamericano rocoto.

Il peperoncino, qualunque sia la sua varietà, è da sempre considerata una spezie dall’elevata piccantezza. Ma, non tutti sanno che questa pianta ha tante proprietà benefiche per il nostro organismo. È particolarmente ricco di vitamine, acido ascorbico, ben 229 mg ogni 100 gr di frutto fresco. Contiene anche un elevata quantità di carotenoidi, intuibile anche dal suo colore rosso, vitamina A, niacina detta anche vitamina PP ed alcuni sali minerali come il potassio, il calcio ed il fosforo. Queste sostanze si trovano in maggiore concentrazione nella spezia, cioè nel frutto essiccato e poi macinato.

PeperoncinoLa piccantezza di un peperoncino si misura tramite la Scala di Escoville, che prende il nome dal farmacista americano Wilbur Scoville, che la stilò nel 1912. La scala valuta l’attività della capsaicina sui recettori del calore della lingua. I valori vanno da 0, per un normale peperone, a 16 milioni, per la capsaicina pura. La classifica dei peperoncini più piccanti è la seguente:

NomePiccantezza
Carolina Reaper2.200.000 SHU
Trinidad Moruga Scorpion2.009.231 SHU
7 Pot Brain Strain1.900.000 SHU
Naga Viper1.380.000 SHU
Naga Bhut Jolokia1.000.000 SHU
Chocolate Habanero700.000 SHU
Red Trinidad 7 Pot500.000 SHU
Red Savina Habanero500.000 SHU
Scotch Bonnett350.000 SHU
Rocoto175.000 SHU

Tra le sostanze benefiche che troviamo all’interno dei frutti del peperoncino, la più importante è senza dubbio la capsaicina, quella sostanza che dona al frutto il suo sapore piccante. Non a caso la ritroviamo anche, seppur in quantità inferiori, nella paprika e nel pepe di Cayenna. La capsaicina viene utilizzata nella farmacopea per le sue  proprietà rubefacenti. Infatti, se applicata sulla cute si ottiene un effetto decongestionate perché migliora la circolazione e l’irrorazione sanguigna. Per questo lo ritroviamo spesso in pomate ed unguenti per il mal di schiena e contratture muscolari. Note sono anche le sue proprietà antidolorifiche e digestive, infatti, aumenta la produzione di saliva e succhi gastrici.

La ricchezza del peperoncino ed il suo sapore intenso lo ha reso tra le spezie più famose e diffuse in tutto il mondo. Fate attenzione, però, non tutti sopportano il cibo piccante figuratevi se dovesse capitarvi un Carolina Reaper.

L’Expo parla di alimentazione

Postato il 12/05/2015

È partita lo scorso 1° maggio e durerà fino al 31 ottobre di quest’anno una delle manifestazioni mondiali più famose: l’Expo. La sede che quest’anno ha accolto l’esposizione nazionale è Milano. Negli anni scorsi l’Expo si era tenuta in città come New York, Lisbona e Osaka, ma per questo 2015 è stata accolta dal capoluogo lombardo che da mesi si sta organizzando con eventi di moda e sfilate, meeting di cucina e presentazioni ed assaggi di prodotti tipici, mostre e spettacoli di architettura, incontri sui temi della scienza, innovazione, tecnologia, sport e gare di diverse discipline, musica e concerti organizzati per l’occasione.

Il cibo visto dall’Expo Milano 2015

ExpoOgni anno l’evento sceglie un tema che farà da filo condutture agli eventi che allieteranno questi mesi in cui Milano rappresenterà davvero il centro del mondo. Lo slogan scelto dagli organizzatori per questo 2015 è: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. Lo scopo dell’Expo milanese è quello collaborare alla ricerca di soluzioni per la situazione alimentare del nostro pianeta. I fatti parlano chiaro, da una parte c’è ancora chi soffre la fame, circa 870 milioni di persone secondo i dati risalenti al biennio 2010-2012, dall’altra c’è chi muore a causa di disturbi di salute legati a un’alimentazione scorretta e al troppo cibo, circa 2,8 milioni di persone hanno perso la vita a causa di patologie legate all’obesità o al sovrappeso. Inoltre ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate, di qui forse l’idea di creare ristoranti come il WastEd, che realizza deliziosi manicaretti con prodotti di scarto.

L’unione di menti concentrate sulla questione dell’alimentazione mondiale analizzerà nuovi stili di vita sostenibili con l’aiuto anche di tecnologie all’avanguardia con lo scopo di riequilibrare il consumo alimentare e le risorse. Non a caso è stata scelta come mascotte dell’evento Foody, un personaggio che incarna i temi fondanti della manifestazione rappresentando la diversità del cibo come fonte di vita ed energia. All’interno dell’Expo sono stati realizzati alcuni itinerari tematici che girano attorno all’idea del cibo:

  • Storia dell’Uomo, storie di cibo

Come è cambiato lo stile di vita e, soprattutto, lo stile ed il modo di alimentarsi nei secoli. Uno sguardo al passato per comprendere meglio il nostro futuro, per migliorare nel rispetto del nostro pianeta.

  • Abbondanza e privazione: il paradosso del contemporaneo

La fame nel mondo e le sue vittime sono il fulcro di questo itinerario che ci porta attraverso questa contraddizione dei nostri tempi spingendoci ad una riflessione e mostrandoci come si potrebbe, con l’aiuto di tutti, cambiare davvero le cose.

  • Il futuro del cibo

La tecnologia applicata all’alimentazione per imparare a vedere il cibo sotto una veste diversa con lo scopo di rispettare il pianeta ed imparare cosa significa alimentarsi con consapevolezza.

  • Cibo sostenibile = mondo equo

Il rispetto per l’altro, per la sua cultura e per le sue tradizioni diventa l’obiettivo da inculcare nei visitatori che usciranno da questo itinerario arricchiti perché la biodiversità apre gli orizzonti e insegna ad accettare gli altri e se stessi.

  • Il gusto è conoscenza

La cucina ed i sapori ci mostrano le persone ed il mondo da cui queste provengono. La storia e la terra di diversi paesi del mondo ci vengono presentati proprio attraverso piatti tipici dai sapori più diversi e gustosi.

ExpoIl tema che affronta l’Expo sta a cuore a molti e tra i più illustri personaggi che hanno detto la loro a riguardo vi è Papa Francesco: “il pianeta ha cibo per tutti, ma sembra che manchi la volontà di condividere con tutti. Preparare la tavola per tutti, e chiedere che ci sia una tavola per tutti. Fare quello che possiamo perché tutti abbiano da mangiare, ma anche ricordare ai potenti della terra che Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per lui in ogni persona e se hanno operato perché l’ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo”.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, insieme al presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e ai ministri Martina, Delrio, Gentiloni e Alfano, ha inaugurato l’Esposizione universale di Milano e, in quell’occasiona ha detto:  “Non ci credevano in tanti, ora grazie al sudore dei lavoratori e delle lavoratrici l’Expo è realtà. Non è ancora una scommessa vinta, abbiamo sei mesi per vincerla. Siamo un grande Paese, abbiamo una grande forza, un grande ruolo. Basta piangersi addosso, come vorrebbero i professionisti del ‘non ce la farete mai’. Cari signori professionisti, stamattina avete la vostra risposta”.

La condivisione resta, comunque, il tema centrale condiviso da tutti, aprire le porte del mondo al mondo, conoscere gli altri, imparare da loro ed insegnare loro con lo scopo di creare un pianeta senza contraddizioni né differenze. Un lavoro utopico si potrebbe pensare ma quando il tema è così sentito forse qualcosa si può fare davvero, è, però, necessario l’impegno di tutti messo a servizio di tutti.

L’ultima tendenza: l’WastEd

Postato il 06/05/2015

Credevate di aver sentiti di tutto ma, forse, l’ultima tendenza nel campo dell’alimentazione vi lascerà senza parole. Lo chef newyorchese Dan Barber ha deciso di portare avanti un esperimento basato sul concetto del riciclo. L’idea nasce dopo gli allarmanti dati che hanno stabilito che il 40% del cibo che finisce nella spazzatura è ancora commestibile. Negli Stati gli sprechi sono all’ordine del giorno e il famoso cuoco ha deciso di trasformare i rifiuti in piatti prelibati.

WastEd: il riciclo creativo dei rifiuti alimentari

WastEdDan Barber ha pensato bene di proporre nel suo famoso ristorante Blue Hill nel West Village di New York un servizio chiamato WastEd. Ha trasformato il suo locale in uno di quelli che periodicamente vengono allestiti per soddisfare una determinata richiesta per poi chiudere quando la moda è passata. Chef Barber trasforma i cibi che noi tutti consideriamo rifiuti in piatti di alta cucina. Bucce di banana, torsoli insalata, scarti di patate, rifiuti di pesce, tagli di carne poco pregiati come code di vacca, lingue e tendini di bue, sono gli ingredienti base cucinati per i clienti più esigenti.

Lo chef ha rilasciato un’intervista al New York Times dove ha dichiarato: “Il nostro obbiettivo era creare qualcosa di delizioso da quello che solitamente scartiamo, dalle parti del nostro cibo che non riceve nessuna attenzione”. Ma non sono solo le pietanze preparate con l’abilità di un cuoco d’esperienza a fare la differenza. Anche il prezzo è stupefacente, almeno per un locale  del West Village, 15 dollari a piatto. L’idea di piatti realizzati con prodotti di terza scelta era già stata presentata dallo stesso chef Barber nel suo libro The Third Plate: Field Notes on the Future of Food.

Sappiamo bene che molte stranezza diventano immediatamente moda negli Stati Uniti ed è proprio quello che è accaduto in questo caso. Senza contare che anche chi investe in locali e ristoranti della zona ha colto il valore degli scarti di cibo. Questo valore si aggira intorno ai 165 miliardi di dollari che potrebbero essere risparmiati proprio grazie all’originale iniziativa del cuoco americano. La questione rifiuti è da tempo un problema e non solo per gli Stati Uniti ma, qui, personaggi del calibro di Nick Papadopulos hanno preso iniziative concrete. Papadopulos ha creato CropMobster, un exchange elettronico di San Francisco che punta a consentire lo scambio degli eccessi della produzione agricola tra produttori e consumatori.

Potrebbe sembrare un’idea utopistica ma, in soli 7 mesi, questo il tempo fino ad ora trascorso dal suo lancio, la CropMobster è stata in grado di intercettare oltre 1 milione di libre di cibo destinati alle  discariche che sono stati poi consegnati ai consumatori. Ma questa non è l’unica azienda a fornire un servizio di questo tipo. Anche la Food Cowboy, un’altro dei siti “up-and coming”, che ha sede a Washington, utilizza le tecnologie mobili per riciclare il cibo scartato dai distributori e donargli nuova vita in modo da renderlo fruibile per le mense dei poveri. Ed ancora la Daily Table, messa in piedi dall’ex presidente di una delle maggiori catene di supermercati USA.

Questa azienda trasforma i cibi scaduti in cibi precotti venduti a prezzi ridotti. La FoodStar, infine, è una società non profit californiana, che ha organizzato una vendita online di frutta con difetti estetici scartata dai circuiti di supermercati e ristoranti. Tutte queste imprese hanno come obiettivo quello di tamponare il problema dei rifiuti che, però, andrebbe affrontato all’origine educando i consumatori a produrre meno scarti. Ecco, quindi, che arrivano delle app per smartphone in grado di aiutare gli acquirenti nella spesa giornaliera. Tra le più utilizzate c’è la 222 Million Tons. Quest’applicazione prende il nome dalla quantità di cibo che le nazioni industrializzate buttano via ogni anno.

WastEdL’obiettivo di questo servizio è quello di indirizzare il consumatore verso un acquisto consapevole consentendogli di comperare solo ed esclusivamete la quantità di cibo di cui ha realmente bisogno. Un’altra app di questo genere è la Green Egg Shopper che avvisa i consumatori dell’avvicinarsi della data di scadenza dei cibi. In questo modo gli alimenti possono essere consumati prima che vadano a male. A testimoniare quanto gli States abbiamo preso sul serio la questione rifiuti c’è il fatto che anche il governo federale sta prendendo provvedimenti al riguardo. Infatti sembra che gli esperti del Dipartimento dell’Agricoltura statunitese abbiano fatto richiesta al fondatore di Daily Table per un aiuto nella creazione di un Consiglio Nazionale per Combattere gli Sprechi Alimentari utilizzando proprio le tecnologie di ultimissima generazione.

Ma iniziative di questo tipo non si sono limitate ai soli Stati Uniti. A Copenaghen, infatti, è ormai considerato un ristorante rinomato il famoso Rub&Stub, il primo locale europeo a combattere gli sprechi. Nasce nel 2013 ed il suo nome, tradotto dal danese significa, più o meno, “proprio tutto”, ad indicare che lì non si butta via proprio nulla. I piatti serviti in questo locale sono realizzati con prodotti alimentari che gli chef hanno reperito nei negozi della città tra la frutta e verdura difettosa esteticamente e cibo vicino alla scadenza che diversamente non sarebbero stati  venduti e sarebbero finiti nella pattumiera. Come spiegano da  Rub&Stub: “Mostrare come l’industria alimentare sia diventata irragionevole e trovare un modo per tornare a consumi più intelligenti”.

Ma veniamo a noi. In Italia, secondo un’indagine Coldiretti e Ixe, lo scorso anno ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura 76 chili di cibo. Davvero tanto cibo. Questo crea non poca indignazione tra la popolazione e tra chi fa della cucina il proprio mestiere come Andrea Segrè, agronomo e ideatore del Last Minute Market, che nel suo ultimo libro L’oro nel piatto spiega: “Adottiamo bambini che, dall’altra parte del mondo, muoiono di fame e poi buttiamo ogni giorno nel pattume chili e chili di cibo ancora buono, ottenendo un doppio risultato negativo: sprecare il denaro con cui lo abbiamo acquistato e produrre tonnellate di spazzatura che poi pagheremo, a caro prezzo, per farle smaltire”. Si spera, quindi, che anche qui da noi si riesca a risolvere la questione rifiuti magari anche in modo creativo come stanno facendo in tante parti del mondo.